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Yoga e Ayurveda: due vie verso l’equilibrio e la conoscenza di sé

Yoga e Ayurveda: due vie verso l’equilibrio e la conoscenza di sé

Yoga e Āyurveda vengono oggi spesso incontrati in contesti differenti. Lo Yoga attraverso āsana, respirazione e meditazione; l’Āyurveda attraverso alimentazione, stile di vita, trattamenti e conoscenza della costituzione individuale.

Eppure, nei testi della tradizione indiana, corpo, mente e coscienza non vengono osservati come realtà indipendenti.

È proprio partendo da questa visione che possiamo comprendere perché Yoga e Āyurveda dialoghino così profondamente tra loro.

Svastha: essere stabiliti in se stessi

Una delle definizioni più significative di salute della tradizione ayurvedica si trova nella Suśruta Saṃhitā.

La salute non viene descritta semplicemente come assenza di malattia, ma come una condizione nella quale Doṣa, Agni, tessuti e processi di eliminazione sono in equilibrio e mente, sensi e Ātman si trovano in uno stato di chiarezza e serenità.

Il termine utilizzato è Svastha.

È composto da sva, “sé”, e stha, “stare, essere stabiliti”.

Essere in salute significa quindi, in senso profondo, essere stabiliti in se stessi.

È interessante osservare quanto questa idea sia vicina allo Yoga.

Negli Yoga Sūtra di Patañjali, infatti, lo Yoga viene definito attraverso il celebre:

Yogaś citta-vṛtti-nirodhaḥ

lo Yoga è la quiete delle modificazioni della mente.

E il sūtra successivo afferma:

Tadā draṣṭuḥ svarūpe 'vasthānam

allora colui che osserva dimora nella propria natura.

Due tradizioni, dunque, e una domanda molto simile:
che cosa accade quando ciò che ci agita, ci disperde e ci allontana dal nostro centro si acquieta?

L'equilibrio non è immobilità

Nella Bhagavad Gītā troviamo un'altra espressione fondamentale:

Samatvaṃ yoga ucyate
“Lo Yoga è equanimità.”

Samatva non significa diventare indifferenti o immobili davanti alla vita.

Significa sviluppare una stabilità interiore che permette di attraversare cambiamenti, successi, difficoltà e trasformazioni senza perdere continuamente il proprio centro.

Anche l'Āyurveda osserva la vita in questo modo.

Il nostro equilibrio non è statico.

Cambia con le stagioni, con l'età, con ciò che mangiamo, con il sonno, con il lavoro, con le emozioni e con il ritmo delle nostre giornate.

Per questo i Doṣa — Vāta, Pitta e Kapha — non dovrebbero essere utilizzati semplicemente per definire “che tipo siamo”.

Descrivono piuttosto dinamiche che continuamente si modificano dentro di noi.

Vāta esprime movimento.
Pitta trasformazione.
Kapha struttura e stabilità.

Una pratica consapevole dovrebbe saper riconoscere queste qualità.

Quando c'è troppo movimento, forse non abbiamo bisogno di muoverci ancora di più.

Quando prevalgono pesantezza e inerzia, invece, può essere necessario riattivare energia e calore.

Questo cambia completamente il modo di intendere lo Yoga.

La domanda non è più soltanto:

“Quale posizione devo fare?”

ma:

“Quale qualità devo coltivare?”

Prāṇa e Agni: respirare e trasformare

Un altro punto d'incontro importante è rappresentato da Prāṇa e Agni.

Prāṇa è molto più del semplice respiro. È il principio vitale legato al movimento, alla percezione e alla vitalità.

Per questo il Prāṇāyāma, nella tradizione yogica, non è semplicemente un esercizio respiratorio: attraverso il respiro impariamo progressivamente a intervenire sullo stato della mente e dell'energia.

L'Āyurveda parla invece continuamente di Agni, il principio della trasformazione.

Agni permette di trasformare il cibo in nutrimento, ma il concetto può essere letto in maniera più ampia: ogni esperienza deve essere in qualche modo assimilata.

Durante una giornata non “digeriamo” soltanto ciò che mangiamo.

Digeriamo conversazioni, emozioni, immagini, rumori, informazioni, preoccupazioni.

Quando riceviamo più stimoli di quanti siamo in grado di elaborare, possiamo sentirci appesantiti anche senza aver mangiato troppo.

Una pratica di Yoga può allora diventare uno spazio di trasformazione.

L'Āsana riporta consapevolezza nel corpo.

Il Prāṇāyāma modifica il ritmo del respiro e dell'energia.

La Dhāraṇā, concentrazione, raccoglie una mente dispersa.

La Dhyāna, meditazione, permette alla mente di ritrovare spazio.

Non tutte le pratiche sono adatte a ogni momento

È forse qui che l'Āyurveda può offrire uno degli insegnamenti più preziosi a chi pratica Yoga.

La stessa pratica non produce necessariamente lo stesso effetto in ogni persona e in ogni momento.

Una sequenza intensa può essere benefica quando abbiamo bisogno di energia, ma diventare eccessiva in una fase di forte stress.

Una pratica lenta e introspettiva può essere profondamente riequilibrante, ma non sempre è ciò di cui abbiamo bisogno.

Questo richiede qualcosa che Patañjali indica con il termine Viveka, discernimento.

Non applicare automaticamente una tecnica, ma imparare progressivamente a riconoscere ciò che sta accadendo dentro di noi.

In questo senso la pratica diventa meno orientata alla prestazione e molto più raffinata.

Non significa fare sempre meno.

Significa scegliere meglio.

Lo Yoga come pratica di ascolto

Quando Yoga e Āyurveda vengono osservati attraverso la loro visione originaria, emerge quindi qualcosa di molto più interessante di una semplice complementarità tra discipline.

Entrambi ci ricordano che l'essere umano è un sistema dinamico nel quale corpo, respiro, sensi e mente si influenzano continuamente.

E che la pratica può diventare uno strumento per riconoscere questi movimenti prima che diventino squilibrio.

È anche il principio che cerchiamo di portare nei corsi di Yoga Santosha Legnano.

Hatha Yoga, pratiche più dinamiche, Yin, Restorative, Prāṇāyāma e meditazione non sono semplicemente modi diversi di “fare Yoga”.

Sono strumenti differenti, che possono insegnarci a conoscere meglio il nostro corpo, il nostro respiro e il nostro stato interiore.

Perché la pratica più interessante, con il tempo, non è quella in cui riusciamo a fare di più.

È quella nella quale impariamo a percepire di più.

Questa versione ha secondo me una base molto più solida: il filo conduttore diventa Svastha → Svarūpa → Samatva, cioè essere stabiliti in sé, riconoscere la propria natura e coltivare equilibrio. È un collegamento meno scontato e permette di parlare di Ayurveda senza ridurlo ai soli Doṣa.